alcuna intenzione di telefonare.
Almeno questo è quello che mi sono ripetuto per tre giorni.
Poi, un martedì sera, con le mani che mi tremavano come se avessi di nuovo diciannove anni, ho composto il numero.
Ha risposto al quarto squillo.
Il tempo è strano.
Ci aveva logorati entrambi, ma non ci aveva annientati.
La sua voce era più bassa di come la ricordavo, forse più dolce, ma inconfondibilmente la sua.
Qualcosa dentro di me si è quasi spezzato.
«Margaret? Mi chiamo Harrison», dissi.
Seguì una pausa.
Poi, a bassa
